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LA MORTE DELLA PRIMAVERA ARABA IN EGITTO


tahrir square

Piazza Tahrir, Cairo, 2011


Sono lontani i tempi in cui si elogiava la cosiddetta primavera araba perché considerata portatrice di una ventata di democrazia nel mondo arabo.

Un fenomeno che era iniziato in Tunisia e che era poi proseguito in Egitto, Siria, Libia ed altrove, sull'onda di manifestazioni popolari e rivolte contrastate dalla repressione dei vari regimi.

Se dopo otto anni – quanti ne sono passati dal 2011 – dobbiamo fare un bilancio, questo è sicuramente negativo.

Con l'eccezione della Tunisia, dove comunque una liberalizzazione del sistema politico e sociale c'è stata - anche se a prezzo di una instabilità che ancora non ha avuto termine - in tutto il resto del Medio Oriente la democrazia si è persa per strada.

Il caso pieno eclatante di questo fallimento è sicuramente l'Egitto.

Rivolte popolari, estromissione del regime militare, gli USA che appoggiano l'avvento al potere dei Fratelli Musulmani a seguito di elezioni, il fallimento di questi nella conduzione del Paese, rivelando quanto a volte sia inconciliabile un Islam politico con la libertà sociale, il colpo di stato che riporta i militari al potere.

Una parabola dove la partenza coincide con l'arrivo e dove il risultato finale è l'esatto contrario di quello auspicato: adesso il Paese è meno libero di prima, il sistema politico si è ulteriormente involuto.

Il tentativo, poi fallito, di portare l'Egitto verso una presunta democrazia, ha nei fatti giustificato la successiva repressione militare. Lo dimostrano i processi farsa ai vari esponenti dei Fratelli Musulmani, gli arresti indiscriminati, la sparizione di molti oppositori, le torture, la libertà di azione delle squadre dei Servizi come il caso Regeni ha ampiamente dimostrato.

Il deposto Presidente Morsi è sotto processo: ha avuto la condanna all’ergastolo per spionaggio a favore del Qatar, ha avuto 20 anni di reclusione per la repressione di una manifestazione di protesta nel 2012, dovrà ancora essere giudicato per il reato di collaborazione con organizzazioni straniere (in questo caso si tratta di Hamas) e per oltraggio alla magistratura. Morsi ed altri esponenti della Fratellanza, tra cui la Guida Suprema Mohammed Badie si sono sinora salvati dalla pena di morte per l’annullamento di una sentenza per gli incidenti durante un’evasione di massa dal carcere di Wadi al Natroun. Un gesto di clemenza? No, solo pressioni internazionali.

Ma se Morsi va in galera, Mubarak ne esce. Arrestato e condannato all’ergastolo nel 2012, viene poi assolto e poi prosciolto dalle accuse di omicidio e corruzione. Gli è rimasta una condanna a 3 anni per sottrazione di fondi pubblici che ha già ampiamente scontato nella sua permanenza di 6 anni in detenzione nell’ospedale militare del Cairo. Dal marzo 2017 vive tranquillo nella sua residenza a Heliopolis.


giulio regeni mural

Murale di Giulio Regeni a Berlino. di El Teneen


La legittimazione del potere nel tempo

Ma il generale Abdel Fattah Al Sisi cerca anche di legittimare il suo potere con iniziative che gli assicurino anche la continuità nel tempo.

A febbraio il Parlamento egiziano ha approvato in prima lettura una modifica costituzionale che consente al Presidente di potersi ricandidare per altri due mandati di sei anni. L'attuale scade nel 2022, potrà così arrivare al 2034. Ovviamente con plebiscito popolare che - non si nutrono dubbi - riuscirà ad avere. Le elezioni presidenziali del marzo del 2018 erano state solo una formalità in assenza di veri contendenti con cui confrontarsi.

Al Sisi ha oggi 64 anni, potrà tranquillamente assicurarsi il futuro politico fino alla venerabile età di 79. D’altronde Nasser è stato al potere per 24 anni finché non è arrivata la morte, Sadat è restato al potere solo 11 anni perché ammazzato (altrimenti avrebbe continuato) e Mubarak è restato al suo posto per quasi trentanni prima di essere defenestrato. I mandati presidenziali, in Egitto, sono solo soggetti alle vicende della vita.

Il "suo" Parlamento ha deciso il prolungamento del mandato presidenziale a stragrande maggioranza. Se necessario, qualche altro emendamento costituzionale potrà essere approvato nel tempo. Ma anche lui rimarrà a fare il Presidente a vita.

Chi comanda in Egitto

In Egitto, dai tempi di Nasser in poi, il potere è solo una questione all'interno della gerarchia militare. La breve pausa concessa all'ascesa dei Fratelli Musulmani è stato solo un incidente della storia. La storia vera è che i militari governano ed i Fratelli Musulmani, come da tradizione, vengono imprigionati, subiscono persecuzioni e condannati.

La lobby militare gestisce anche le risorse economiche. E’ uno Stato nello Stato. Controlla la sicurezza e le finanze. Non esiste nel Paese un contro-potere che possa confrontarsi con quello dei militari dopo l’estromissione dei Fratelli Musulmani che questo potere lo avevano costruito sulle organizzazioni caritatevoli e sul consenso attraverso le moschee.


Al Sisi

Abdel Fattah el-Sisi


La legittimazione internazionale

I colpo di Stato in Egitto avrebbe teoricamente dovuto alimentare il risentimento di quei paesi che ritengono la democrazia e la libertà un bene inalienabile. In realtà ciò non è avvenuto per una serie di valutazioni di opportunità.

Intanto avere un Egitto più stabile, in mano ai militari, piuttosto che instabile in mano ad una dirigenza di ispirazione islamica ortodossa ha reso le coscienze dei vari Paesi meno sensibili. In un Medio Oriente dove il terrorismo si è sviluppato su parametri religiosi, la presenza di un regime militare appare più rassicurante.

Poi ci sono gli interessi geo-strategici: l’Egitto è un Paese di prima grandezza nella regione, fa molto comodo averlo dalla propria parte.

Fa comodo a Israele nell’isolare Gaza e nel temperare le posizioni negoziali palestinesi. Fa anche comodo perché vengono combattute le bande di terroristi che pullulano nel Sinai.

Fa comodo ai palestinesi perché l’Egitto è l’unico mediatore per riavvicinare Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese.

Fa comodo ai Paesi sunniti che si confrontano con la crescente egemonia iraniana nel Golfo. Non è un caso che le monarchie de Golfo siano molto generose con i problemi finanziari egiziani che poi, in contropartita, fornisce un contingente per la guerra in Yemen.

Fa anche comodo agli Stati Uniti avere questo paese al proprio fianco, nei rapporti di forza mediorientali per controbilanciare l’egemonia iraniana e russa ed è altrettanto utile anche nelle vicende libiche per il ruolo che svolge a sostegno di Haftar. I rapporti col Presidente Obama non erano buoni ma lo sono diventati con l’avvento di Trump che, a differenza del suo predecessore, è più sensibile alle convenienze e meno ai principi.

Sicuramente anche la Russia vede nel ruolo dei militari egiziani una sponda positiva nella lotta al terrorismo islamico. Ed anche qui non è stato un caso che lo scorso anno il capo dei Servizi esterni russi SVR, Sergej Naryshkin, abbia visitato il Cairo e messo in atto collaborazioni di intelligence e nel settore della sicurezza con gli egiziani. Nel contempo l’aviazione russa ha ottenuto l’autorizzazione a utilizzare le basi aeree militari egiziane. Ed è anche emerso un orientamento della dirigenza egiziana ad avvinarsi a Mosca, sia in alternativa ai rapporti talvolta difficili con Washington, sia perché vi è la consapevolezza che i destini del Medio Oriente, nel prossimo futuro, saranno in mano alla Russia. Appoggiando il generale Haftar in Libia anche gli interessi russo-egiziani convergono in quel Paese.

Anche l’Iran vede con favore la giunta militare egiziana nonostante i suoi legami con Ryadh. Recentemente il Ministro dell’Energia egiziano si è recato a Teheran per sottoscrivere accordi con la controparte iraniana. Una dimostrazione di equilibrio politico che non è dispiaciuto alla teocrazia sciita.

L’Egitto inoltre appoggia ufficialmente Assad in Siria, ha inviato osservatori/istruttori militari in quel Paese (cosa che rappresenta un ulteriore avvicinamento alla Russia e all’Iran).

La defenestrazione di Morsi e dei Fratelli Musulmani e l’avvento di Al Sisi hanno acuito comunque le tensioni con il Qatar e con la Turchia ma anche questo è un dettaglio particolarmente gradito ai sauditi.

Poi c’è anche l’Egitto che gioca un ruolo centrale nelle vicende africane come la mediazione, portata a compimento in modo positivo, tra Nord e sud Sudan, una delle tante aree di crisi nel continente.

Comunque – ed è la cosa più importante – la politica estera egiziana abbastanza equidistante ha preso un indirizzo che a diverso titolo piace – ovvero non dispiace – ai Paesi più importanti del mondo.

Un Egitto che fa comodo


Nonostante il regime egiziano sia sicuramente un esempio negativo dal punto di vista politico e sociale, il suo ruolo nella regione è così importante da eliminare al riguardo ogni perplessità.

D’altronde il Medio Oriente è pieno di regime autoritari, senza democrazia e con sistematiche violazioni dei diritti umani. Se queste negatività fossero il metro di ogni relazione internazionale, non si avrebbe la possibilità di interloquire con nessuno nella regione.

Criminalizzazione del dissenso, limitazioni e restrizioni alla libertà di stampa e di riunione, leggi repressive che adesso limitano anche le attività delle varie organizzazioni non governative, arresto di giornalisti; tutto questo alla fine non ha più importanza almeno agli occhi degli interessi degli altri Paesi. Il regime egiziano ha oggi la libertà di fare quello che vuole. L’emergenza nazionale del terrorismo giustifica ogni tipo di restrizione e di violazione dei diritti umani. Il resto non conta.

Al Sisi, al recente vertice dell’Unione Europea – Lega Araba è stato esplicito a chi gli contestava le violazioni dei diritti umani: “Noi abbiamo la nostra umanità, la nostra moralità, i nostri principi. Rispettateli”.



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