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CHI FARA’ IL LAVORO SPORCO IN LIBIA?


libya

Tra le 250 e le 300 milizie armate, due governi – uno a Tobruk ed uno a Tripoli –, due Parlamenti/Congressi, un califfato a Derna ed uno erigendo a Sirte, la presenza di formazioni islamiche radicali un po’ in tutto il Paese, faide tribali come quella tra Misurata e Zintan, il sud in mano ai Tebou o ai Tuareg, Al Qaeda ai confini meridionali con Niger e Algeria, la produzione petrolifera quasi bloccata, scontri armati dappertutto, il traffico d’armi e di clandestini che sono diventate una delle maggiori attività commerciali del Paese. Questo è il ritratto della Libia oggi, una nazione al collasso dove non c'è legge se non quella della prevaricazione e dove non vige alcuna autorità in grado di poterla imporre. Comanda solo il più forte. Non esistono differenze tra criminalità, terrorismo, tensioni tribali in un tutti contro tutti in una nazione somalizzata e disintegrata.

In questo marasma, il tentativo delle Nazioni Unite sotto la guida dello spagnolo Bernardino Leon, non ha la benché minima possibilità di successo. Si convocano le parti a Ginevra, si media coi buoni uffici del Marocco e anche nell’ambito dell’Unione Africana tramite la creazione di un International Contact Group for Libya di stanza ad Addis Abeba, ma è quasi impossibile radunare attorno ad un tavolo tutti quegli interlocutori che hanno voce in capitolo. Le anime armate del disastro libico sono tante e alternativamente in contrasto fra loro. Nella pratica, quindi, qualsiasi accordo fosse in teoria raggiunto dall'Onu o da chiunque altro non troverebbe un'adeguata applicazione. E questo a prescindere dai veti incrociati che tuttora bloccano l'inizio di un dialogo costruttivo.

Il governo “legittimo”

Ci sono infatti due eserciti oggi sul campo in Libia. Il primo è quello “legittimo” che fa capo al governo internazionalmente riconosciuto con sede a Tobruk e composto da quelle milizie (ufficialmente definite sotto il titolo di Esercito Nazionale Libico) che si riconoscono nell'esecutivo guidato dal premier Abdullah al Thani. Le truppe si sono unificate sotto il comando del Generale Khalifa Belqasim Haftar, personaggio dai trascorsi non molto limpidi, prima uomo di Muammar Gheddafi e poi oppositore all’estero, ma oggi molto più esplicito nelle sue mire di potere. Su decisione del Parlamento legittimo adesso Haftar comanda tutto il contingente militare facente capo a Tobruk nel ruolo di Comandante Supremo. Tra i reparti più efficienti vi è la Brigata Al Saiqa (“Lampo”), formata da truppe scelte. Nella disponibilità del generale c'è anche l’aeroporto di Benina, nei pressi di Bengasi, concessogli grazie all'intercessione di un potente capo tribale e dove staziona la sua aviazione.

Haftar è comparso sulla scena militare libica nel giugno 2014 durante la cosiddetta “Operazione Dignità”, un'offensiva mirata a cacciare le milizie islamiche di Bengasi. Da allora il suo ruolo politico e militare è cresciuto. Khalifa Belqasim Haftar può adesso contare sul sostegno militare egiziano, soldi sauditi ed il supporto aereo più o meno occulto degli Emirati Arabi Uniti. E siccome le istituzioni di Torbruk non sono considerate infiltrate dall'islamismo radicale, Haftar ed il suo Parlamento godono anche del sostegno internazionale, in primis degli Stati Uniti – dove il generale libico è stato in esilio per molti anni, prima di ricomparire ben armato in Libia, probabilmente con il beneplacito della CIA – ed anche della Russia.

Sul suolo libico, in appoggio ad Haftar vi è il Consiglio Militare Rivoluzionario di Zintan che raggruppa le milizie tribali, oltre 20, dell’area delle montagne di Nafusa. Il sostegno a Khalifa Belqasim Haftar è inversamente proporzionale ai contrasti sorti dopo la rivoluzione ed il defenestramento di Gheddafi, tra le milizie di Zintan e quelle di Misurata. A questo composito schieramento militare bisogna poi aggiungere anche le brigate al-Qaqa e al-Sawaq che, prima di essere sconfitte, controllavano per conto di Zintan l’aeroporto internazionale di Tripoli.


khalifa belqasim haftar
Khalifa Belqasim Haftar


E quello di Tripoli

Sul fronte opposto c’è un altro governo a Tripoli, un altro Primo Ministro, Omar al Hassi, un altro Parlamento, nella fattispecie chiamato Congresso Generale Nazionale, un altro variegato esercito che fa capo soprattutto alle brigate rivoluzionarie di Misurata – si parla di circa 40.000 uomini con oltre 800 carri armati requisiti dagli arsenali di Gheddafi – e ad altre milizie islamiche locali in quella che poi è stata ribattezzata ”Operazione Alba” (Fajr). E dietro a questa coalizione islamico-centrica che nell’agosto 2014 ha preso il controllo di Tripoli e di quasi tutta la Tripolitania c’è l’appoggio fattivo di Turchia e Qatar.

Se il panorama politico e militare libico fosse confinato a soli due, seppur variegati al loro interno, blocchi contrapposti forse potrebbe essere possibile trovare una soluzione negoziale alla crisi. Anche se, ed è necessario sottolinearlo, nessuno dei due schieramenti ha un reale controllo del territorio, né delle milizie sul terreno loro alleate.

La deriva islamista


Tuttavia, come detto all’inizio, esistono anche altri attori comprimari in questo caos sociale: sono le milizie tribali che rispondono alle kabile di appartenenza, ma soprattutto le fazioni radicali legate all’ISIS e quindi al terrorismo islamico internazionale.

A Derna è stato creato nel 2014 un Califfato guidato da un Consiglio della Shura che ha dichiarato la propria adesione all’ISIS di Al Baghadi. A febbraio sono per la prima volta comparse a Sirte le milizie affiliate all’ISIS. A queste si aggiungono i miliziani di Ansar al Sharia, già saliti alla ribalta per l’attacco al Consolato americano di Bengasi nel settembre del 2012 nel quale è rimasto ucciso l’ambasciatore Christopher Stevens, la Brigata Martiri del 17 febbraio, inizialmente finanziata dal governo libico, poi ufficialmente disciolta, infine transitata nelle fila dell’ISIS a Derna. Lo stesso percorso ad honorem ha riguardato la Brigata Martiri di Abu Salim, dal nome del carcere dove una rivolta dei detenuti è stata sedata da Gheddafi con oltre 1200 morti, con la differenza – qualora avesse un significato specifico – che questa brigata si ritiene più legata ad Al Qaeda che non all’ISIS.

Di ritorno dalla Siria ed ovviamente affiliata all’ISIS è anche la Brigata Al Battar, il principale braccio operativo del Consiglio della Shura. E questa lista potrebbe continuare all’infinito: la Libya Shield Nr.1 e la Brigata Rafallah al Sahati, entrambe stazionanti tra Bengasi e Derna, la Brigata Omar Mokhtar che invece opera nell’oasi di Kufra e via discorrendo. E, come già accennato, nel sud della Libia staziona l’AQIM (Al Qaeda nel Maghreb Islamico) che nel caso specifico è rappresentata dal gruppo scissionista facente capo ad un noto tagliagole, Mokhtar Benmokhtar, che, per rivalità coi vertici del gruppo, si è messo in proprio con i “Muwaqiin bi Dam” (“coloro che firmano col sangue”).

Allo stato attuale la presenza di gruppi radicali islamici, a prescindere dalla loro adesione all'ISIS o Al Qaeda, è distribuita a macchia di leopardo un po’ su tutto il territorio libico anche se mediaticamente l’attenzione internazionale si concentra solo su Sirte e Derna.

Le pre-condizioni negoziali

Preso atto di questa situazione così degenerata, le domande, correlate tra loro, che si pongono tutte le nazioni a diverso titolo minacciate dal terrorismo islamico sono essenzialmente due: come pacificare la Libia e a chi affidare l’incarico di farlo.

In questo momento storico pensare che l’Onu possa riuscire a convincere le parti a creare quelle misure che tecnicamente vengono definite di “confidence build up” e, successivamente, a schierare un contingente di pace nel Paese appare un compito altamente difficile e dal successo molto improbabile. Nella situazione attuale non si intravede molto spazio per la diplomazia, sia essa internazionale o regionale, fintanto che, almeno in prima istanza, non verranno emarginate o eliminate tutte quelle formazioni terroristiche che non hanno interesse per la pace, ma solo nel creare quelle condizioni di instabilità che gli permettono di operare indisturbati.

In pratica si dovrebbe riuscire a mettere attorno ad un tavolo solo i due interlocutori principali: i due governi di Tobruk e Tripoli. E per fare questo bisogna che qualcuno, magari con la benedizione, o meglio ancora un mandato internazionale, faccia il cosiddetto “lavoro sporco”. Ovvero, si faccia carico di combattere le milizie di terroristi e tolga loro ogni capacità di condizionamento del sistema sociale libico.


omar al hassi
Omar al Hassi


Il lavoro sporco

Passiamo allora alla seconda domanda: se l’ONU non è in grado di trovare una soluzione negoziata, e si passa quindi dalla diplomazia alle armi, chi ha l’interesse e la capacità di farlo?

Il dilagare in una terra che è di nessuno del terrorismo islamico è diventata fonte di preoccupazione per molti Paesi limitrofi: dell’Egitto, che teme un legame operativo tra gli estremisti libici e la propria opposizione interna dopo la repressione nei confronti dei Fratelli Musulmani, dell’Algeria, da anni alle prese con un terrorismo di matrice islamica interno, e della Tunisia, Paese statisticamente con la più alta percentuale di volontari nelle file dell’ISIS in Siria e Iraq.

Ai timori dei vicini della Libia si aggiungono quelli delle nazioni europee che si affacciano sul Mediterraneo. L’Italia rispetto ad altri Paesi è geograficamente in prima linea e subisce di riflesso il fenomeno dell'immigrazione clandestina. Nel 2014 sono arrivati in Italia quasi 171.000 clandestini partiti dalla Libia. Un incremento del 277% rispetto all’anno precedente e si paventa che quest’anno possa andare anche peggio. Nonostante i legami storici che legano l’Italia alla Libia, un ruolo italiano nelle vicende libiche potrebbe essere recitato solo ed unicamente nell’ambito di una iniziativa o risoluzione dell'Onu.

Questo significa che il problema della presenza del terrorismo islamico in Libia sarà da risolvere in ambito arabo, sia per motivi religiosi, sia per le modalità di intervento. A guidarlo dovranno essere quei Paesi che maggiormente temono i suoi effetti destabilizzanti.

Un amico al Cairo

In questo contesto l’Egitto appare il Paese più indicato ad intervenire in Libia: ha la forza militare per farlo, una situazione interna che deve essere sterilizzata da possibili contagi islamici e perché un intervento militare servirebbe ancora di più a legittimare la recente restaurazione al potere del Generale Abdel Fattah Al Sisi. La provocazione dell’ISIS con l’uccisione di 21 cristiani copti l’8 gennaio 2015 ha fornito il pretesto per un primo bombardamento aereo contro le postazioni jihadiste.

L’Egitto ospita inoltre sul proprio territorio molti vertici della diaspora libica legati al defunto dittatore ed ha quindi, all'occorrenza, la capacità di poter meglio dialogare con le varie kabile libiche. Sullo sfondo c'è anche una questione sociale: ai tempi di Muammar Gheddafi lavoravano in Libia oltre due milioni di egiziani. Per un Paese prossimo agli 85 milioni di abitanti il ripristino di questa opportunità ha, in prospettiva, la sua valenza economica.

Che la possibilità di un intervento militare egiziano in Libia, diretto o indiretto, sia più di una semplice idea lo dimostra il fatto che nei giorni scorsi le milizie dell’ISIS a Derna hanno incominciato ad abbandonare la città per rifugiarsi nelle aree montagnose limitrofe del Jebel Akhdar. Tutto sommato per Il Cairo l'opzione indiretta è quella meno pericolosa. Basterà che il sostegno militare di cui oggi già gode Khalifa Belqasim Haftar da parte di al Sisi venga notevolmente accresciuto in armi, munizioni, supporto aereo, reparti speciali, consiglieri militari. Ci penserà poi Haftar a portare avanti il “lavoro sporco” per conto di altri

E non bisogna tralasciare un dettaglio fondamentale: Haftar lavorerà sì per Al Sisi, per eliminare i terroristi islamici dal territorio libico e per riunificare il Paese, ma lavorerà soprattutto per sé stesso. Perché in Libia, come in molti Paesi arabi, la democrazia non è un prodotto commestibile ed il potere va nelle mani di chi ha la forza e non necessariamente il consenso popolare. E se ciò avverrà, si ricreerà sulle sponde del Mediterraneo quell’asse storico con un generale al potere in Egitto, uno in Libia e l’immarcescibile “pouvoir” militare che da oltre 50 anni guida le sorti dell’Algeria. La Tunisia è l’eccezione che conferma la regola.

La democrazia in questa parte di mondo, qualora qualcuno ne senta ancora la necessità, può attendere.

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