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I FATTI DI BARCELLONA ED UN TERRORISMO CHE NON SI PUÒ PREVEDERE


barcelona attack


Era inevitabile che la sconfitta militare dell'ISIS in Siria e Iraq avrebbe alimentato il terrorismo all'estero. Gli episodi di Barcellona ed in Catalogna non sono i primi e purtroppo non saranno gli ultimi. La fuga dei volontari islamici dalle zone di guerra, il loro approccio ideologico e religioso che non concede spazio a rivisitazioni ed il martirio come esito inevitabile sono esiti del tutto prevedibili.

Tuttavia, quel che più conta è che il sogno del califfato rimanga vivo nell'immaginario dei combattenti. E qui l'attentato, la strage acquistano il significato di un disegno che continua e si estrinseca nel colpire un nemico immaginario. Cambia la forma di lotta, ma non le motivazioni che vi sono dietro. Non è possibile creare un califfato in terra? Allora tutto il mondo diventa l’obiettivo dove colpire, uccidere, dimostrare che si esiste e si fa paura.

L'ideologia

La forza dell'ISIS non sta tanto nelle masse dei combattenti, ma nel messaggio sublimale che trasmette. Non sta nella forza delle sue armi, ma nella sua propaganda. Ed è questa che ancora oggi convince ed ammalia i giovani. Non è quindi poi tanto importante scoprire se i terroristi di Barcellona erano cani sciolti o strumenti di un disegno pilotato da lontano, se erano combattenti rientrati da un teatro di guerra o giovani infatuati dal radicalismo islamico nell'emarginazione di un ghetto europeo.

Il terrorismo dell’ISIS si vince solo se cade o viene sterilizzato dall'ideologia religiosa di cui si nutre. Un processo lungo, probabilmente da combattere e portare avanti in quel mondo islamico dove si è sviluppato e che, visti i tempi lunghi, non lesinerà altri morti ed altri attentati. Il caso italiano, dove è stata concordata con le associazioni islamiche una collaborazione anche nel monitoraggio e formazione degli imam, è indicativo di una giusta soluzione.

Esistono altri modi per combattere il terrorismo islamico? Come mezzi di contenimento, finché ideologicamente il radicalismo non verrà sconfitto, esiste solo la prevenzione e la repressione.


ceuta melilla
Le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla


La prevenzione

La prevenzione richiede la collaborazione internazionale nella lotta al terrorismo islamico. Essendo un fenomeno transnazionale esogeno e non endogeno, è necessaria una collaborazione transnazionale. Probabilmente, nel caso di Barcellona, questa collaborazione è mancata. I rapporti tra Spagna e Marocco – paese di origine dei terroristi – non sono mai stati buoni. I due Paesi sono da sempre in contrasto per l'appoggio spagnolo ai Saharawi e per la questione delle enclave di Ceuta e Melilla. Sicuramente di questo ha risentito la collaborazione fra intelligence. Poi c'è la questione dell'autonomia della Catalogna che ha parzialmente sterilizzato la collaborazione tra le forze di sicurezza di Barcellona con quelle di Madrid. La querelle seguita all’attacco con scambio di reciproche accuse ne è la conferma indiretta.

La prevenzione però passa anche attraverso una serie di attività specifiche: controllo del territorio e delle moschee, controllo delle comunicazioni telefoniche, le intercettazioni, il controllo del traffico internet e relative chat, schedatura delle persone a rischio, monitoraggio delle collusioni, conversioni ed indottrinamenti in carcere. Sono filtri, tecnicamente chiamati "hub", necessari perché non è possibile controllare tutto e tutti, ma bisogna saper individuare i punti dove un eventuale processo organizzativo di un attentato si sta realizzando.

Un paese come la Spagna ha circa 2 milioni di musulmani sul proprio territorio, di cui però solo il 41 per cento ha nazionalità spagnola. E non è solo un caso – ritornando al concetto di collaborazione fra intelligence – che questa comunità sia costituita per il 40 per cento da persone di origine marocchina. Un controllo capillare, quindi, non è materialmente possibile.

Come detto, bisogna saper individuare i segnali dell'insorgere di un pericolo. L'accesso ad un sito radicale, certi tipi di commenti estremi ricorrenti su Facebook, l'acquisto di materiali o fertilizzanti che possono indicare l'idea di produrre esplosivo, l'acquisto abnorme di bombole del gas, il monitoraggio dei call center dove accedono immigrati islamici, il noleggio (utile nel caso di Barcellona) di furgoni, i viaggi all'estero di persone a rischio.

La repressione

La repressione è l'ultimo atto a completamento del processo di prevenzione laddove gli indizi diventano certezze e quindi si passa dal controllo all'azione. Talvolta si arriva alla repressione quando oramai è troppo tardi, ciò avviene quando la prevenzione non ha funzionato. Ammazzare o catturare i terroristi quando l'attettato terroristico è già stato compiuto serve solo a individuare collusioni, reti, contatti o quant'altro possa servire ad eliminare una cellula. Tuttavia, rappresenta comunque il fallimento di un processo di prevenzione.

L’utilizzo dei dati statistici

La raccolta dei dati riferiti agli atti terroristici degli ultimi anni può in parte aiutare ad individuare lo stereotipo delle persone che tendono ad essere coinvolte nel radicalismo islamico. Può sembrare un sistema alquanto empirico per individuare un potenziale terrorista, ma se utilizzato adeguatamente può aiutare a selezionare quei personaggi che potrebbero, se non lo sono già, diventare dei terroristi. Il limite di questo metodo è la geografica politica ed economica dei contesti dai quali originano gli attentati. Un atto di terrorismo se svolto in Inghilterra, Francia, o nei paesi scandinavi trova motivazioni sociali diverse. Ovvero, coinvolge persone statisticamente diverse.

Alcuni studi di settore hanno comunque cercato di dare tracciare le caratteristiche del potenziale terrorista: un'età media di circa 27 anni (compresi comunque alcuni minorenni), di sesso maschile (97%), legalmente residente in un paese europeo (14/15%), il 73% compie l'attentato nel paese in cui risiede, il 17% è convertito, con precedenti penali (quasi il 60%, uno su due è stato in carcere) e con limitate esperienze militari (18/20%). Complessivamente, solo poco più dell'8% ha operato su direttiva dello Stato islamico, il 26% non aveva alcun contatto con l'ISIS, il rimanente aveva invece legami indiretti con lo Stato islamico o con formazioni radicali armate islamiche.

Da non dimenticare nel computo di questa statistica che su circa 30.000 volontari islamici che in questi anni hanno affiancato l'ISIS, circa 6.000 sono arrivati dall'Europa e di questi, visto un tasso di mortalità nei combattimenti del 30 per cento, circa 4.000 rischiano di poter tornare nel paese di origine ed alimentare quindi quella manovalanza di terroristi "fai da te" che già si sono immolati nel nome di Allah. Sinora questo fenomeno è statisticamente alquanto circoscritto.

I fatti dimostrano che esperienze militari pregresse sono relativamente importanti in questa guerra asimmetrica. Una bomba si fabbrica facilmente collegandosi ad internet e seguendo le istruzioni, l'idea del martirio limita ogni valutazione del rischio fisico per l'attentatore (quasi il 70% degli attentatori muore nell'attacco). Altrettanto facile è guidare una macchina e lanciarla sulla folla.



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Gli obiettivi

I terroristi tendono a fare stragi. I cosiddetti obiettivi simbolici hanno sinora lasciato spazio ad un terrorismo stragista; i maggiori centri abitati, dove le folle si muovono, sono obiettivi privilegiati. La città aiuta l'anonimato, rende più difficile l'individuazione ed il controllo, la stessa città colpita dà valore politico e simbolico all'atto di terrorismo. Mediamente un atto di terrorismo ha prodotto circa 8 morti e 30 feriti.

La domanda è se tutto questo insieme di conoscenze, esperienze, collaborazioni fra intelligence, attività preventive e/o repressive, studi di settore od altro possa essere sufficiente ad impedire un atto di terrorismo. La risposta è negativa. Il terrorismo stragista può colpire ovunque e chiunque ed è quindi impossibile prevedere. Non colpisce simboli ma persone senza una connotazione precisa delle vittime. Cerca la pubblicità, ovviamente proporzionale dal numero delle vittime.

Un dato emblematico che forse misura quanto ci sia ancora da fare nella prevenzione del terrorismo islamico è il fatto che l'87% dei terroristi fosse in qualche modo già noto alle autorità di sicurezza prima dell'attacco. Valutazioni evidentemente sbagliate hanno impedito di bloccare questi personaggi e la loro minaccia sociale. Oramai l'esperto di antiterrorismo deve poter essere contemporaneamente psicologo, sociologo, antropologo e magari essere anche un conoscitore della teologia islamica. Solo se conosci il nemico che ti sta davanti, se sai come ragiona, quali sono i suoi punti deboli o gli aspetti di esaltazione, cosa vuole e come lo vuole, la frustrazione che lo stimola o l'emarginazione sociale in cui vive, solo allora questo nemico potrà essere combattuto e sconfitto.

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