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MA L’ISIS E’ VERAMENTE SCONFITTO?


isis


Le sconfitte militari subite dall’ISIS possono aver indotto molte persone a ritenere che il terrorismo islamico, quello attuale di Al Baghdadi o quello pregresso di Al Qaida, sia oramai debellato ovvero in fase di estinzione. La realtà è invece diversa: è tramontata l’idea che nei territori occupati dalla popolazione araba potesse sorgere un califfato, adesso sopraffatto dalle continue sconfitte militari, ma tutto quel che attiene l’ideologia dell’Islam radicale rimane in atto.

Si è passati da un disegno teocratico sicuramente ambizioso, che tanto aveva colpito l’immaginazione di molti volontari islamici sparsi nel mondo, ad un ridimensionamento degli obiettivi che la dottrina salafita su cui si ispirava l’ISIS, intende adesso proseguire.
Si è poi passati, sul piano pratico, da una guerra convenzionale, come l’occupazione del territorio imponeva al califfo, ad una guerra non convenzionale quale è il terrorismo.

E la guerra portata avanti con il terrorismo non si alimenta più sulle conquiste territoriali ma sul fascino di una ideologia, sulla giusta causa di una guerra combattuta per la religione. In termini pratici, la guerra dell’ISIS per conquistare un territorio era sostanzialmente meno pericolosa di un terrorismo strisciante dove tutto e tutti possono essere colpiti, dove lo stragismo spaventa, il pericolo non individuabile crea incertezza, il nemico è invisibile ed imprevedibile.

La guerra convenzionale si trasforma in guerra psicologica, più subdola, da cui è molto difficile difendersi. L’ISIS è come una idra mitologica, un mostro a cui tagli la testa in una parte del mondo ma che ricompare poi altrove. Sconfitto in Siria e Iraq, dove ha perso quasi la totalità del territorio che controllava, l’ISIS, ma soprattutto l’idea di un Islam radicale che lo accompagna, è adesso alla ricerca di altre aree e di altre battaglie da combattere. E purtroppo le opportunità nel mondo sono tante.

Le scuole di pensiero

Il Corano e la Sunna sono da sempre stati oggetto di interpretazione da parte di scuole giuridiche. Cioè quei consessi culturali dove poter trasformare i dettami islamici in leggi conformi a questi dettami. Nel loro approccio rispecchiano un po' le tendenze che emergono nella “umma”, cioè la comunità islamica nel suo complesso.

C’è la scuola giuridica “Hanafita”, la più diffusa, che dà molto spazio alla consuetudine ma anche a criteri di opportunità (quindi tendenzialmente moderata, anche se vincolata alla tradizione). E’ quindi ritenuta “liberale” e tollerante.

C’’è la scuola “Malikita”, molto diffusa in Marocco e nel nord Africa e sicuramente moderata.

C’è la scuola “Shafi’ta” che ricorre molto spesso al ragionamento analogico (quindi spazio all’intelligenza umana nell’elaborazione delle leggi conformi all’Islam).

C’è la scuola “Hambalita”, la più pericolosa, perché non concede alcuno spazio al ragionamento umano, né tantomeno a un approccio analogico ma si basa sulla sola comunicazione letterale dei testi sacri.

Il Wahabismo saudita discende dalla scuola “Hambalita” e di conseguenza anche l’ISIS e Al Qaida. La pericolosità del wahabismo non è solo di tipo teologico ma anche di tipo finanziario, perché dietro questa realtà saudita circolano molte disponibilità di soldi.

Sul fronte opposto ci sono, soprattutto in Africa, altre realtà islamiche di estrazione moderata.

C’è il sufismo, che assimila anche il culto dei santi, risentendo molto dell’influsso animista che ha radici culturali nel continente. Per questo il sufismo è considerato dai salafiti come un Islam apostata.

E dal sufismo nascono anche molte Confraternite (Qadiryyah, Muridyah, Tijanyyah, ecc.) che riuniscono adepti per una comune vita spirituale legata alle regole.


abu bakr al baghdadi

Abu Bakr Al Baghdadi


Il problema culturale

L’ISIS vive di simboli che ne giustificano l’esistenza e su questi alimentano il proselitismo e il terrorismo.

Certo l’ambizione di avere un proprio Stato è oramai caduta ma rimangono tante altre motivazioni dalle quali trarre un significato per giustificare la lotta. La base centrale su cui si basano queste “giustificazioni” è la religione, anzi una interpretazione radicale dei libri sacri dell’Islam.

L’ISIS non si sradica con la lotta sul terreno ma sul piano della teologia islamica. Quindi il problema non è militare – se non marginalmente come adesso – ma culturale. Una volta che cadono i presupposti religiosi su cui si alimenta il terrorismo islamico, cade anche quel sostegno di cui può godere l’ISIS nel mondo arabo e nella comunità musulmana internazionale. Nella pratica la lotta per sconfiggere il terrorismo islamico deve essere combattuta nel mondo islamico.

Questo vale soprattutto per l’ISIS che si è concentrato, a differenza di Al Qaida, sugli apostati: coloro che, pur essendo musulmani, non si attengono ai dettami dell’Islam.

La lotta quindi è oggi tra un Islam moderato, quello che viene portato avanti da scuole di pensiero qualificate come l’Università Al Azhar del Cairo, e l’Islam salafita dove i concetti espressi sul Corano vengono assorbiti in forma letterale, non contestualizzati o interpretati, quindi patrimonio di quei personaggi, culturalmente e teologicamente meno qualificati, che se ne appropriano per le loro lotte.

Il problema dei volontari

Il primo problema sono quelle migliaia di volontari islamici che hanno combattuto per l’ISIS. Per molti di loro il percorso intrapreso è senza ritorno. Sono stati individuati dalle autorità dei Paesi da cui provengono, si sono macchiati di delitti. Non sanno dove andare e cercano un’altra area instabile dove poter risiedere e continuare a perseguire il loro disegno religioso. Il Medio Oriente , l’Asia e l’Africa offrono molte opportunità.

Nel Medio Oriente

L’ISIS, a differenza di Al Qaida, ha perseguito una lotta contro gli sciiti. C’è ampio spazio per un loro futuro impiego in questo contesto dal momento che la regione vive un periodo di confronto tra Iran e Paesi sunniti. Possono diventare manovalanza per portare avanti questo confronto. Ma ci sono anche altre battaglie su cui possono concentrarsi, come la causa palestinese, appoggiando le frange più estremiste di quel variegato mondo come Hamas e Jihad Islamica Palestinese.

Possono riposizionarsi in Yemen dove già alcune aree sono sotto il controllo di Al Qaida nella Penisola Araba. Oppure possono andare nel Sinai, dove c’è il vantaggio di tre “giuste” cause: combattere il regime militare di Al Sisi; combattere lungo il confine con Israele; appoggiare i palestinesi di Gaza.

Ma essendo oramai dei veterani con ampia esperienza bellica possono mettersi al servizio di tante altre battaglie: i curdi turchi contro Ankara; i curdi irakeni o gli ex baathisti contro le autorità sciite di Baghdad; i sunniti siriani contro gli alawiti. Dove ci sono aree di crisi, guerre civili più o meno striscianti, là si creano opportunità per la loro presenza. Ogni pretesto è pagante.

Ma anche se non ci fossero gli estremi per una guerra di religione, la presenza di regimi liberticidi ed autoritari, di cui è pieno il Medio Oriente, possono servire ad una guerra, a una guerriglia, a un atto di terrorismo.

Afghanistan e dintorni

Intanto c’è l’Afghanistan, dove sinora è stata soprattutto Al Qaida ad essere presente. Seppur esistano approcci diversi tra Al Qaida e ISIS sugli obiettivi e sulle modalità per colpire questi obiettivi. L’ISIS infatti si è più dedicato a colpire i “tafkir” - cioè i musulmani che non seguono adeguatamente i precetti islamici (in questa categoria di devianze rientrano soprattutto gli sciiti e le varie tendenze moderate). Al Qaida invece si è dedicata a colpire i “kafir”, cioè i miscredenti, quelli che non credono in un Dio islamico (e nel caso specifico gli americani o i cristiani).

Nonostante le diversità e la competizione per valorizzare il proprio brand e in evidente situazione di sconfitta militare postula, un accordo tra le due maggiori organizzazioni è una necessità ineludibile. L’instabilità dell’Afghanistan è adesso diventato un elemento di contagio per i Paesi vicini come le repubbliche musulmane dell’Ex Unione Sovietica: soprattutto il Tagikistan (essendo un Paese militarmente debole e socialmente instabile), il Turkmenistan (per analoghi motivi) e in misura minore l’Uzbekistan.


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Il continente africano

Anche se l’Islam africano è meno teologico di quello mediorientale, anche qui la connotazione religiosa è diventata giustificazione di tante battaglie. Anche qui, qualora le motivazioni religiose non fossero sufficienti, ci sono molte motivazioni e rivendicazioni sociali su cui poi applicare un’etichetta religiosa.

Paesi enormi, confini non controllati o controllabili, estensioni desertiche, sono tutti parametri che forniscono al volontario islamico in fuga dalle sconfitte in Medio Oriente grosse opportunità di ricollocazione operativa.

Secondo studi di settore degli ultimi anni i Paesi dove si sono verificati attacchi di bande di terroristi islamici sono numericamente aumentati ed è anche aumentato esponenzialmente il numero delle vittime.

E’ un fenomeno che si alimenta con la povertà cronica delle popolazioni, il loro scarso livello culturale, la disoccupazione, la mancanza di servizi essenziali, la violazione dei diritti umani, l’emarginazione sociale abbinata agli abusi di moltissimi regimi autoritari. Quindi l’elemento sociale è molte volte prevalente sull’elemento religioso. Peraltro, a differenza di quello mediorientale, il terrorismo africano non si alimenta su internet né come reclutamento né come indottrinamento.

Come si struttura il nuovo terrorismo

La sconfitta militare e la perdita del territorio ha imposto all’ISIS una ristrutturazione del proprio modus operandi. Si è quindi dovuto abbandonare una struttura gerarchica, piramidale, accentrata, dove un vertice decideva e trasmetteva ordini ad una struttura decentralizzata.

In pratica ogni gruppo terroristico opera adesso in maniera autonoma: persegue i suoi obiettivi, combatte come e dove può o ritiene utile, ha una sua pianificazione operativa, una sua autonomia economica e un suo sistema di reclutamento. Oramai Al Baghdadi non comanda più anche se l’ultimo suo proclama di agosto mira più ad assicurare che è ancora vivo che non a dirigere l’operato delle sue bande.

Ma sul piano operativo un terrorismo fatto di tante strutture autonome non in collegamento tra loro pone grosse difficoltà. Una vittoria non è mai definitiva ma solo parziale.

Come si combatte il terrorismo

L’approccio americano è di tipo militare, almeno per quanto riguarda le basi dell’ISIS e di Al Qaida in Medio Oriente, Africa e Asia: raid aerei; largo dispiegamento di droni; operazioni speciali. Oramai, però, questa guerra asimmetrica non ha più il suo baricentro operativo in queste parti del mondo ma è esteso altrove.

L’approccio italiano

E’ l’approccio di tipo culturale che passa attraverso la maggiore moschea del Paese, quella di Roma, che rappresenta comunque il baricentro della presenza islamica in Italia. Al Centro Culturale di questa moschea, la struttura portante dell’Islam italiano, è stato favorito l’accesso, come direttore, di un musulmano italiano di origine marocchina, quindi legato alla scuola giuridica “malikita”. Il personaggio, peraltro ex deputato in Parlamento, ha sostituito nell’incarico l’ambasciatore saudita, quindi uno straniero, ancorché diplomatico, legato alla corrente wahabita.

Si cerca di passare da un Islam radicale di emanazione e controllo straniero a un Islam moderato di estrazione italiana. Il tentativo, troppo recente per valutarne l’impatto, è di far sì che ci sia in futuro un Islam italiano, meglio dire un Islam che risenta del contesto sociale e culturale nel Paese in cui vive.

A parte ogni risvolto di carattere teologico c’è anche una ricaduta positiva sul piano della sicurezza. Ci sarà un controllo degli imam, ci sarà un controllo dei luoghi di culto che molte volte vengono costituiti abusivamente sul territorio e ci sarà probabilmente anche un controllo di sermoni se l’Islam italiano postulerà sermoni in italiano.


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