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L'EFFETTO DOMINO DELLA PRIMAVERA ARABA:
ANALISI E VALUTAZIONI DEL FENOMENO   


middle east and northern africa map



Il fenomeno della primavera araba si e' diffuso con una concatenazione temporale che ne ha alimentato la propagazione geografica in molti Paesi arabi.
Nella pratica si e' determinato un cosiddetto "effetto domino" che ha fatto si' che un evento collocato nella realta' di un singolo Paese (soprattutto di instabilita' sociale) estendesse i suoi effetti ad altri Paesi  limitrofi. E' una situazione che e' stata determinata dalla circolazione delle notizie che oramai avviene in modo globale, favorita dai mezzi di comunicazione di massa (televisione, internet, social network etc.)  che legano cause ed effetti eliminando barriere di tempo e spazio. I fermenti sociali nei Paesi arabi si sono sviluppati e diffusi in questo modo, magari facilitati dal fatto che queste nazioni erano accomunate da caratteristiche sociali, economiche e politiche similari.

Vale allora la pena di ripercorrere questi eventi concatenandoli l'uno con l'altro:

17 dicembre 2010, Tunisia

Mohamed Bouazizi, venditore ambulante di verdure di Sidi Buazid, si da' fuoco davanti al Governatorato per protesta contro la mancata possibilita' di potere esercitare il suo lavoro. La protesta si propaga in tutto il Paese

29 dicembre 2010, Algeria

L'innalzamento dei prezzi di alcuni generi alimentari innesca una serie continua di proteste popolari. Ci saranno nei giorni successivi almeno 11 tentativi di suicidi per protesta (4 moriranno)

14 gennaio 2011, Giordania

Dopo la preghiera del venerdi' sindacalisti e partiti di sinistra manifestano in varie citta' del Paese contro la politica del Governo e chiedono le dimissioni del Primo Ministro

17 gennaio 2011, Mauritania

Per protesta contro la politica del Presidente un manifestante, Yacob Ould Dahoud, si da' fuoco davanti al palazzo presidenziale

17 gennaio 2011, Oman

Qualche centinaio di manifestanti inscena proteste per strada per rivendicare un aumento dei salari e l'abbassamento del costo della vita

21 gennaio 2011, Arabia Saudita

La minoranza sciita protesta nella regione orientale per chiedere la liberazione di attivisti imprigionati. Benche' la manifestazione fosse pacifica, i promotori della protesta, tutti esponenti religiosi, vengono arrestati

24 gennaio 2011, Libano

Iniziano le proteste popolari contro il sistema confessionale che ripartisce il potere nel Paese

25 gennaio 2011, Egitto

Dopo varie proteste limitate e locali, iniziano le prime manifestazioni di massa in varie citta' del Paese (soprattutto Cairo, Alessandria, Suez ). Due giorni dopo verra' presa d'assalto ed incendiata la sede del Partito Nazionale Democratico

26 gennaio 2011, Siria

Un manifestante, Hassan Ali Akleh, residente a Al Hasakah, si cosparge di benzina e si da' fuoco per protestare contro il governo siriano. Seguiranno, giorno dopo giorno, crescenti proteste contro il regime

27 gennaio 2011, Yemen

Oltre 15000 manifestanti a Sana'a ed altre decine di migliaia in altri parti del Paese protestano nelle strade contro il regime e, soprattutto, contro la possibilita' che il Presidente Saleh trasmetta il potere  in forma ereditaria al figlio Ahmed

28 gennaio 2011, Palestina

Si verificano proteste a cavallo dei negoziati tra Hamas e Fatah

30 gennaio 2011, Marocco

Iniziano le prime proteste per richiedere riforme democratiche nel Paese

4 febbraio 2011, Bahrein

Centinaia di persone si riuniscono davanti alla sede dell'ambasciata egiziana per dimostrare solidarieta' ai manifestanti anti-governativi del Cairo

14 febbraio 2011, Iran

A seguito delle notizie provenienti dall'Egitto e alla defenestrazione di Mubarak, si verificano manifestazioni a Isfahan che poi degenereranno in scontri ed arresti. In contemporanea altre manifestazioni avverranno a Teheran ed in altre parti del Paese. Seguiranno ulteriori arresti di oppositori

15 febbraio 2011, Libia

Alcune centinaia di persone manifestano a Bengazhi contro l'arresto dell'avvocato Fathi Terbil, difensore dei familiari dei detenuti morti ad Abu Salim, nonche' esponente di rilievo nella difesa dei diritti umani. Le forze di sicurezza intervengono brutalmente per interrompere la manifestazione

17 febbraio 2011, Iraq

Manifestazioni di protesta a Wassit, a sud di Baghdad, per la mancanza di elettricita' ed acqua. Incendiati due palazzi governativi. Feriti ed arresti. Si protesta anche contro la corruzione nel governo. A Sulemanyah, nel Kurdistan iracheno, nelle proteste che prendono origine dalla richiesta di riforme e contro l'inflazione, muore un manifestante e 33 persone sono ferite

18 febbraio 2011, Kuwait

L'emiro Sheykh Sabah al Ahmad al Jaber al Sabah, per prevenire eventuali proteste popolari di ordine economico, elargisce ad ogni suddito la somma di 4.000 $ (ufficialmente un contributo in occasione del ventennale per la liberazione del Paese all'occupazione irachena). Il giorno dopo, per protesta contro questo spreco di denaro, migliaia di persone scendono in strada a protestare  indirizzando parte del risentimento popolare contro il governo del Primo Ministro Nasser al Mohammed al Ahmad al Sabah

arab spring leaders

ANALISI DELLA FATTUALITA' E DELLA CRONOLOGIA

La prima osservazione e' che le rivolte nei vari Paesi arabi, benche' cadenzate nel tempo in modo ravvicinato (e quindi legate fra loro da un rapporto di causa ed effetto), prendono spunti da istanze diverse anche se talvolta concatenate tra loro:  un malessere sociale, una rivendicazione economica, una istanza di democrazia, una richiesta di diritti, una protesta per liberta' civili, la lotta delle minoranze religiose.

L'effetto domino si riscontra anche nelle modalita' di protesta: colpisce il comportamento per imitazione che porta a simili tentativi di suicidio in Tunisia, Algeria, Mauritania, Siria.

Altra considerazione deve essere fatta tra l'inizio delle proteste ed i risultati che non sempre produrranno. Le varie storie nazionali hanno quindi avuto esiti diversi:

- in Tunisia c'e' stato un processo democratico che si sta completando in modo tutto sommato pacifico,

- in Algeria niente e' cambiato (nonostante le proteste avessero inizialmente avuto una particolare violenza),

- in Libia c'e' stata una guerra civile che ha cambiato il regime, ma non ha ancora prodotto una pacificazione sociale,

- in Marocco le istanze popolari sono state assecondate attraverso cambiamenti costituzionali e quindi pilotate pacificamente dalla monarchia,

- in Egitto al ruolo dei militari ed alla loro influenza nelle vicende politiche del Paese si e' sostituita una nuova dirigenza teocratico-centrica comunque legittimata dalle elezioni,

- in Mauritania piccole concessioni economiche hanno smorzato ogni rivendicazione di piazza,

- in Yemen si e' riusciti ad allontanare il Presidente Saleh senza ulteriori spargimenti di sangue (vedasi comunque il ruolo saudita di mediazione e la constatazione che le istanze popolari si sono poi esaurite con il cambio di regime),

- in Siria il regime si e' sempre piu' arroccato su posizioni oltranziste usando violenza e dando spazio ad una guerra civile,

- in Giordania le proteste popolari hanno portato alla caduta del Governo, ma la richiesta di ulteriori liberta' costituzionali si e' trasformata in una lotta fra filo-monarchici e riformisti,

- in Libano le proteste per una diversa impalcatura istituzionale sono state poi sopravanzate da maggiori preoccupazioni per gli eventi siriani e le possibili ripercussioni sul proprio territorio, come poi la recente uccisione del capo dei Servizi interni Wassan Hassan ha ampiamente dimostrato,

- in Arabia Saudita la ribellione sciita e' stata debellata con l'uso della forza e le istanze a favore di maggiori liberta' sono state in buona parte represse e poi in parte minimamente concesse (vedasi la promessa di voto alle donne)

- in Oman le rivendicazioni economiche della popolazione hanno prima incontrato la repressione del governo, ma sono poi state accordate anche perche'

- in quel contesto non e' mai stata messa in discussione l'autorita' del Sultano Qabus,

- in Iraq l'endemica instabilita' del Paese non ha dato spazio all'accoglimento di richieste economiche, ne' di istanze sociali e ne' si e' trovato spazio per riforme adeguate (nonostante il 15 dicembre 2011 si sia chiusa ufficialmente la presenza americana nel Paese),

- in Iran la conflittualita' tra riformisti e conservatori, le tensioni tra Khamenei e Ahmadinejad  e tra clero e laici hanno nei fatti diluito le istanze della societa' civile trasformandole, anche se forse involontariamente, in una faida all'interno del regime. Gli apparati di sicurezza hanno avuto poi mano libera nella repressione,

- in Bahrein la rivolta sciita e' stata risolta manu militari con l'intervento di reparti sauditi ed emirensi a protezione del regime sunnita di Hamad al Khalifa

- in Kuwait le proteste hanno portato allo scioglimento del Parlamento

- in Palestina l'accordo tra Hamas e Fatah ha poi disinnescato molte proteste e contrasti anche se la conflittualita' tra le due anime della diaspora palestinese e' tuttora molto accesa.

arab spring facebook

In tutte le situazioni esaminate non vi e' stata una correlazione tra il livello di violenza della protesta e la qualita' dei risultati ottenuti. Al contrario, esiste invece in maniera piu' accentuata una correlazione tra la repressione dei regimi e la conseguente limitatezza dei risultati acquisiti. Questo e' un dato che appare sempre piu' evidente in quanto ci troviamo, nella quasi generalita' dei casi in esame, di fronte a regimi autoritari che secondo le proprie convenienze hanno fatto uso della forza in modo indiscriminato.

Un altro elemento di interesse e' constatare che i regimi guidati da monarchie legittimate anche sul piano religioso hanno saputo meglio affrontare le turbolenze sociali della primavera araba. Ne fa fede quel che e' successo in Marocco (monarchia alawita), in Oman (sultano ibadita), in Arabia Saudita (monarchia wahabita), in Giordania (monarchia hashemita) e tutto sommato anche nella teocrazia iraniana.

Di converso i regimi militari (Siria , Egitto, Yemen) sono quelli che hanno affrontato la protesta con meno duttilita' negoziale e quindi sono stati coinvolti in una repressione sanguinaria.

Una ultima osservazione va fatta su quello che e' stato ottenuto dalle proteste popolari nei vari Paesi   arabi. Levati il caso della Tunisia e dell'Egitto (a cui aggiungere la Libia nonostante l'intervento esterno), negli altri Paesi arabi, sia che ci riferisca a istanza sociali e/o economiche e/o politiche, molto e' stato chiesto dai vari manifestanti, ma  poco e' stato ottenuto. La risposta a questa circostanza bisogna trovarla focalizzando il contesto sociale in cui si sono verificate queste proteste. Infatti :

la mescolanza, all'interno delle varie manifestazioni nazionali di protesta, di istanze di liberta' e richieste di natura economica ha fatto si' che le prime siano state penalizzate dalle seconde e che quindi, prosaicamente, l'ottenimento di vantaggi economici abbia piu' volte  disinnescato le proteste stesse. Mancava quindi, nell'ambito delle singole manifestazioni nazionali e poi nel mondo arabo nel suo complesso, un comune denominatore di riferimento. L'effetto domino si e' quindi innescato sulla volonta' comune di protesta, ma non sulla qualita' delle stesse. Di conseguenza, la spinta propulsiva della primavera araba si e' poi dispersa nella specificita' delle varie rivendicazioni nazionali;

a fattor comune, nella popolazione del mondo arabo e' mancata quella consapevolezza nelle aspirazioni e nelle istanze che si acquista attraverso un lento processo di democratizzazione della societa'. Nei Paesi in considerazione la democrazia non e' un valore di comparazione in quanto non e' mai stato iniziato questo processo. Si tratta di Paesi passati dalla fase coloniale a quella post-coloniale in modo prevalentemente autoritario. La democrazia mai sperimentata non e' quindi un valore di riferimento, non se ne conoscono pregi o limiti, non costituisce particolare sensibilita' nell'immaginario del singolo. Quello che divulgano i mass media con la globalizzazione delle comunicazioni e delle notizie possono alimentare nell'arabo un concetto di societa' diversa dalla propria, ma piu' per gli aspetti estetici che non per quelli afferenti le liberta' individuali. E quando non si ha una contezza di quello che si vuole, rimane difficile chiederlo o ottenerlo e magari, se del caso, concederlo;

la societa' che il manifestante arabo anela ad ottenere dopo la rivolta alla fine non e' molto diversa da quella contro cui combatte. Vuole il piu' delle volte il cambiamento del regime, ma se cio' avvenisse il nuovo regime alla fine manterrebbe tutti i  limiti comportamentali che ne caratterizzavano il precedente: l'autorita' esercitata con la forza, la scarsa considerazione per chi si oppone o contesta , negazione – all'occorrenza – di quei diritti inalienabili in un contesto sociale democratico. In altre parole, il manifestante si pone il problema di un cambiamento di regime, ma non si pone il problema (mancandogli le esperienze culturali specifiche) di come sara' il nuovo. I suoi modelli di riferimento sono alquanto limitati al riguardo. Non e' escluso che alla dittatura di Gheddafi domani possa avvicendarsi un'altra forma di autorita' egemone e probabilmente scarsamente democratica. Quando si prefigura un nuovo modello di societa', l'arabo, per sua esperienza pregressa, assimila la gestione del potere all'utilizzo della forza e non, come sarebbe auspicabile, alla ricerca del consenso.

Quello che nel mondo occidentale viene definita "opinione pubblica" , intendendo con tale termine il comune sentire della popolazione e il volere della maggioranza, e' un altro dei valori di riferimento che manca, nella stragrande generalita', all'arabo della primavera araba. L'opinione pubblica viene identificata con il compagno che protesta con lui ma non include, nel suo pensiero, che un'altrettanta opinione pubblica possa contrastare la sua idea.

Quindi, l'insieme di queste affermazioni postula che dalla cosiddetta primavera araba non e'  arrivato un beneficio significativo alla diffusione della democrazia, inteso come valore universale, in questa parte di mondo.

Poi bisogna considerare che ogni cambiamento di regime, se avviene in modo brusco, con l'uso della forza  e non attraverso un lento processo di assimilazione, genera instabilita'. Ed e' questo il rischio potenziale maggiore che puo' generarsi dall'ondata di proteste della primavera araba. Sinora, laddove i cambi sono stati radicali, Libia in primis ed Egitto in quota parte, la pace e la sicurezza sociale sono  state penalizzate. Fa eccezione la sola Tunisia (che non costituisce regola) per una serie di motivazioni particolari (si tratta di uno dei Paesi socialmente piu' emancipati del mondo arabo, risente in particolare dell'influenza europea anche per gli effetti del turismo, ha potuto contare sulla saggezza di un leader carismatico).  Domani se lo stesso processo si compira' in altre nazioni arabe ci si deve aspettare molti piu' problemi sociali che soluzioni. Ci si domanda quindi se sia stato un bene o un male che alcune primavere arabe non abbiano raggiunto il loro obiettivo sociale.

La primavera araba, nella sua definizione, implica il risveglio delle coscienze delle popolazioni arabe alla ricerca di giustizia e liberta' e quindi, costituisce di per se', dal punto di vista concettuale, un evento positivo. Nella pratica si e' sicuramente enfatizzata la circostanza soffermandosi meno sulle implicazioni che una primavera araba compiuta avrebbe potuto produrre sugli equilibri in Medio Oriente e Nord Africa, sulla stabilita' del mercato del petrolio, sul controllo dei gasdotti, sul fenomeno e i flussi dell'immigrazione clandestina, sulla situazione geo-strategica che vede il mondo diviso comunque in sfere di influenza, sugli equilibri militari tra Paesi regionali, sulla conflittualita' tra sunniti e sciiti e di conseguenza anche sulla sicurezza dei cristiani, sulla protezione delle rotte marittime nel Golfo Persico e nel canale di Suez, sulla propagazione del terrorismo che si alimenta sulla instabilita' delle regioni, sulla conservazione di confini ed entita' nazionali in buona parte artificiosamente costituiti su spartizioni neo e post colonialiste, sull'incidenza di un mercato finanziario che vede immensi capitali provenienti dal commercio delle risorse energetiche, sulla vita di tutti i giorni di un cittadino arabo comune che si attendeva un miglioramento della propria vita in termini di liberta' e sicurezza e che invece probabilmente non otterra'.

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